DA “NON SI PUÒ FARE NIENTE” A COME UN’IDEA NATA DAL CORPO HA RISCRITTO I DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ COMPLESSA…
Andreas Fröhlich, fondatore della Stimolazione Basale racconta l'evoluzione dell'approccio nella prima parte di questa intervista di Heike Knebel tradotta dai formatori Jὒrgen Wildner e Elisabeth Weger.
Andreas Fröhlich:
Sono certo che molti episodi della vita avvengono per caso. Non posso rivendicare questo come un mio merito o una mia invenzione:
Mi fu detto che un amico dei miei genitori frequentava una certa scuola con determinati bambini. "Potresti andare a dare un'occhiata, a conoscerlo, per curiosità...". E così andai.
Ancora oggi ne sono entusiasta. Non accadde nulla di speciale, ma l'atmosfera era piacevole. Il bambino che mi accolse e mi mostrò la strada era piccolo. Si svolgeva il consueto "cerchio del mattino" tipico delle scuole per bambini con gravi disabilità intellettive, dove si chiacchiera e si canta. Il bambino si avvicinò lentamente e, a un certo punto, mi chiese: "Cosa fa il tuo papà?". Io risposi: "Non c'è più". Mi guardò negli occhi e disse: "Però ora non devi essere triste!"
Questa affermazione mi colpì e mi toccò il cuore. Fu un momento di grande emozione, lontano da ogni valutazione razionale, e iniziai a pensare: "Sì, mi piacerebbe lavorare con persone come questo bambino."
Si potrebbe descrivere la situazione nel modo seguente: sembrava avessimo a che fare con esseri umani che, senza dubbio, non potevamo raggiungere attraverso l'espressione linguistica. Sembrava che queste persone non dimostrassero quasi alcun interesse al di fuori della propria sfera corporea, che la loro percezione fosse molto ridotta o limitata, oppure che percepissero qualcosa in modo estremamente selettivo. E ci si ripeteva la frase che esprimeva la nostra "impotenza": "Con questi non si riesce a fare niente!" Non si poteva assolutamente utilizzare il termine "pedagogia"; non possedevano capacità concettuali.
Per me è fondamentale esprimere, da allora e fino ad oggi (e questo vale sia per persone con demenza molto grave, sia per persone in coma o in stato vegetativo), che il corpo c'è! Questo corpo è la nostra forma di esistenza come esseri umani. Senza un corpo, non esistiamo! Ciò significa: posso entrare in relazione con questo corpo, posso fare qualcosa con il corpo. Lo posso toccare. E mi rendo conto, sempre di nuovo, che il tocco provoca reazioni. Anche se la reazione, come abbiamo dimostrato con studi approfonditi, inizialmente non è visibile o percepibile, magari ce ne accorgiamo solo leggendo i parametri sul monitor: si osserva una breve variazione del battito cardiaco o della frequenza respiratoria. Da questo deduco che qualcosa è stato percepito. È su questo specifico piano relazionale che desidero entrare in contatto con queste persone.
Si può decidere se farlo con l'aiuto di qualche materiale o senza, cercando il contatto con l'uso delle mie mani, oppure utilizzando la mia voce, per esempio un ronzio, percepibile come una vibrazione. In pratica, scelgo le possibilità più elementari e semplici per relazionarmi con un'altra persona. Possibilmente senza alcuna pretesa, tralasciando le mie e le sue conoscenze pregresse, tento di offrire degli stimoli attraverso possibilità sensoriali: questo stimolo potrei essere io, un oggetto o una terza persona. Questa offerta sensoriale, fornita in una forma di comunicazione, costituisce per me il fondamento.
Si può spiegare in modo più sistematico come segue: esiste, per così dire, l'IO e il TU. La persona specifica riconosce che al di fuori della sua percezione esiste altro (anche se non sappiamo come lo percepisca, con quale chiarezza e sofisticatezza) e noi, insieme, possiamo fare e creare qualcosa: lo potremmo definire l'ES. E da questo potrebbe nascere uno scambio, un dialogo nella forma più generale. Ed è questo per me l'essenziale del concetto, che oggi spiegherei così: Io e te, Tu e io creiamo insieme un ES, lo posizioniamo al centro e ci relazioniamo attraverso questa esperienza. Di conseguenza, possono avviarsi processi di apprendimento, di sviluppo, oppure una rassicurazione o una conclusione pacifica di una sequenza o di un'intera vita.
Narratore:
Da più di 40 anni, il miglioramento della qualità della vita per persone con gravi compromissioni costituisce il punto centrale del lavoro di Andreas Fröhlich. Dalla metà degli anni '70, ha sviluppato il concetto della Stimolazione Basale, che oggi è di fondamentale importanza per la pedagogia, la terapia e le scienze infermieristiche.
Andreas Fröhlich:
Già dopo poco tempo, non ero più molto contento del termine "stimolazione", riferendosi principalmente allo stimolo, allo stimolare... Nella teoria della psicologia comportamentale di allora (behaviorismo), i termini stimolo e risposta (la reazione) costruivano un pensiero e un'immagine molto meccanici. Non me ne ero accorto inizialmente. La mia intenzione era quella di cogliere ciò che allora in Francia e Spagna si intendeva linguisticamente con il termine "stimolazione", nel senso di attivazione. Nel senso che, anche nella lingua tedesca, "qualcosa mi stimola", cioè, mi fa venire voglia di...
Con il termine "basale" intendo che si lavora con gli elementi più semplici, più elementari, basali e che non si hanno pretese o presunzioni. La persona non deve avere alcuna conoscenza, capacità o abilità specifica affinché io mi renda disponibile ad accoglierla e a farmi coinvolgere. Questa per me è la definizione di "Stimolazione Basale". A un certo punto ho pensato di dover cambiare il nome del concetto, ma qualcuno mi diceva che oramai era troppo tardi. Era diventato un termine conosciuto, una definizione, e quindi anch'io la vedo così.
Narratore:
Andreas Fröhlich nasce nel 1946 a Mannheim, in Germania. Sua madre Maria lavorava come corrispondente in lingue estere e suo padre Franz come medico internista.
Andreas Fröhlich:
Mio padre era medico e spesso mi portava con sé. Allora, nelle cliniche, la pediatria non era ancora una branca molto specializzata. Mi capitava di vedere un bambino che stava molto male nella clinica universitaria; probabilmente mi confrontava con situazioni troppo impegnative per la mia età, chiedendomi di giocare con lui, di intrattenerlo, perché il bambino aveva bisogno di compagnia. Mi succedeva che un bambino, dopo due giorni, non c'era più, non perché guarito, ma perché era morto.
Narratore:
Andreas Fröhlich prende la maturità liceale nel 1966 al liceo umanistico di Kaiserslautern. Iniziò a studiare giurisprudenza; inizialmente gli interessava anche un corso di progettazione/design. Ma prevalse il suo interesse verso le persone.
Andreas Fröhlich:
In quel periodo esistevano pochi corsi di laurea specifici. Per quanto riguardava la psicologia, o si sceglieva direttamente l'indirizzo rivoluzionario, oppure si veniva considerato una persona che aiutava a stabilizzare il sistema, uno schiavo del capitalismo. Non si aveva a che fare con le persone con disabilità. Esisteva da poco tempo la laurea per l'insegnamento alle scuole speciali. Mai e poi mai, neanche oggi, avrei voluto diventare insegnante. Ma con questo corso ho scoperto che l'argomento mi interessava e mi apriva nuovi orizzonti. Esisteva un istituto di formazione pedagogica che si doveva frequentare e concludere prima di poter accedere all'università. Pedagogia Speciale, nelle poche città in cui esisteva come corso di laurea, era sempre una specie di laurea magistrale, accessibile solo dopo una laurea di base. Il percorso si concludeva con un anno di tirocinio obbligatorio.
Narratore:
Andreas Fröhlich ha completato il percorso di laurea in pedagogia nel 1969 a Kaiserslautern. Il suo anno di tirocinio iniziava alla scuola per bambini con difficoltà di apprendimento a Pirmasens e, infine, alla "Kinderhilfe" (Aiuto all'infanzia) del Palatinato occidentale, in seguito chiamato "Centro di Riabilitazione Palatinato occidentale". Solo allora gli fu possibile iniziare a lavorare con bambini con grave disabilità. Erano presenti Mathilde Kahseböhmer, la direttrice della struttura, e Judith Kerrwarth, una fisioterapista, da cui ha ricevuto importanti stimoli in quel periodo.
Andreas Fröhlich:
In primis mi viene in mente la signora Mathilde Kahseböhmer, la mia responsabile e direttrice della struttura in cui lavoravo, che era lei stessa madre di una ragazza con disabilità molto grave. La signora, insieme ad altre famiglie, in quegli anni, investì tanto per la crescita del centro di riabilitazione. Si è formata e specializzata professionalmente in un modo incredibilmente intensivo; era una persona con un forte rigore, che mi fece da tutor, da maestra, mi fece crescere e mi prese sotto la sua protezione, portandomi spesso a convegni e a tavoli di trattative. Mi ha impressionato profondamente come questa donna, di formazione ragioniera, dai modi che andavano dal garbato al duro, con in mezzo tutte le possibili varianti di una tastiera, sia riuscita a far accettare i suoi obiettivi da parte di funzionari del ministero e altre figure di rilievo. Capitavano fra di noi ogni tanto conflitti su opinioni diverse, ma la nostra collaborazione funzionava sempre bene, nonostante tutto. Lei mi ha avvicinato alle famiglie, mi ha aperto gli occhi sul fatto che in questi contesti c'era un grande lavoro da fare.
Inoltre, c'era in questo primo periodo un'altra persona, una fisioterapista. Io frequentavo questa struttura prima di tornare all'università, e lei mi disse: "Ora ti faccio incontrare alcune famiglie con le quali ci sentiamo assolutamente impotenti, non sappiamo cosa potremmo fare." Abbiamo girato insieme alcuni paesi della provincia, la struttura aveva un territorio di riferimento molto vasto, piuttosto rurale; lei conosceva le famiglie, mi sono presentato a loro, e per fortuna lei non ha fatto nessuna promessa. Mi disse: "Osserva queste famiglie con questi bambini, e quando tornerai all'università, informati se riesci a imparare qualche esperienza che si potrebbe applicare in questi casi."
Mi veniva da chiederle: "Perché non fai tu qualcosa con loro come terapista?" Mi rispose: "Non saprei. Potrei far fare loro dei movimenti qualche volta, ma non serve a niente, non favorisce lo sviluppo di questi bambini. Forse uso meglio il mio tempo come terapista sedendomi con la madre al tavolo della cucina, prendendo un caffè e facendo una chiacchierata."
Fu lei che mi mostrò in modo diretto e concreto alcuni bambini, e il ricordo di questi incontri per me è ancora oggi forte, e non era un bel ricordo.
Narratore:
Agli inizi degli anni '70 la situazione delle famiglie con bambini gravemente disabili era ancora molto pesante. Accanto alla vergogna e all'ignoranza, avevano un ruolo importante l'impotenza, la perplessità e il disinteresse di molti specialisti e istituzioni.
Andreas Fröhlich:
Allora era un disonore avere un bambino del genere; non si sapeva, non si capiva, come fosse possibile che un bambino fosse gravemente disabile. Esisteva un mare di miti, che erano improntati, e bisogna dirlo chiaramente, dalle idee del fascismo. I modi di pensare e la propaganda di quegli anni sono stati tramandati a lungo. Ho avuto degli incontri con medici, per esempio il medico di base della famiglia, che esprimevano chiaramente il pensiero: un bambino di questo tipo in passato non avrebbe vissuto a lungo, e questo lo vedevano in modo positivo.
Ho conosciuto delle famiglie che non mi hanno permesso di parcheggiare l'auto della mia struttura nella loro via. Questi bambini rimanevano agli occhi della famiglia dei neonati eterni. Non arrivavano mai in una fase di sviluppo nella quale potevano iniziare a giocare con le macchinine o con il trenino con il papà, quindi rimanevano definitivamente sotto la responsabilità esclusiva della madre. Ciò produceva, nel corso degli anni, un immenso e pazzesco fattore stressante; la coppia si perdeva, si allontanava, non c'erano esperienze comuni con il bambino nel periodo di allora. I padri venivano dichiarati ufficialmente incapaci di occuparsi del cosiddetto "baby". In questo senso erano anni nei quali avevo molti contatti con le madri. Ho capito meglio la loro situazione, certamente ne sono grato, ma non erano situazioni piacevoli.
Narratore:
I numerosi contatti con le madri hanno portato in seguito alla pubblicazione "Le madri di bambini gravemente disabili". Il libro ha dato un contributo per iniziare un processo sociale di cambiamento di pensiero. (altra pubblicazione: Monika Jonas: "Bambini disabili-madri disabili?")
Andreas Fröhlich:
Si pensava maggiormente nell'ottica, nella tradizione della malattia ereditaria. Esisteva sì una certa consapevolezza che attorno alla nascita potevano succedere molte problematiche, ma la tendenza era di colpevolizzare moralmente la madre, essendo protagonista durante la gravidanza, il parto e la crescita.
In quegli anni si iniziavano a sviluppare concetti per bambini meno gravi; i genitori venivano definiti spesso e volentieri come co-terapeuti, vale a dire ricevevano direttive da persone specializzate esterne alla famiglia su cosa fare e cosa non fare, e come comportarsi, e si facevano spesso delle verifiche e, eventualmente, correzioni. I mancati progressi del bambino (e torniamo all'argomento di prima) venivano subito attribuiti alla madre perché non si era impegnata abbastanza. Questo pensiero esisteva ed era diffuso, ma non si sapeva bene quali compiti dare a queste madri. La situazione era piuttosto frustrante, perché se il bambino riceveva l'offerta standardizzata, questa era insufficiente, e il fallimento era prevedibile. Le madri avevano la sensazione (e questa sensazione veniva trasmessa loro anche dagli altri) di dover fare qualcosa, ma nessuno sapeva veramente dire loro cosa dovevano e potevano fare.
La "situazione permanente dello stadio neonatale" comportava, ed era logico per tutti, che la madre non andasse a lavorare; se qualche madre invece lo avesse fatto, sarebbe stata una cosa molto particolare e per niente facile. Quindi dobbiamo immaginarci che il bambino veniva quasi sempre trattato in famiglia come solitamente un neonato: era presente. Ho visto tanti che sono rimasti tutto il giorno nel letto, oppure, in casi più fortunati, venivano portati fuori dal letto, venivano vestiti, poi semplicemente sdraiati sul pavimento; alcuni erano capaci di fare qualche gioco elementare, altri erano sdraiati e basta.
Ho incontrato bambini che vivevano permanentemente in una clinica pediatrica. In quei tempi ci si regolava diversamente: se il primario decideva, allora si faceva e ci si organizzava in qualche modo. Erano spesso presenti le suore che lo consideravano un dovere di fede occuparsi di un bambino così grave e sfortunato. Qualche bambino si trovava in un ricovero per anziani. Per quanto brutto possa sembrare, il personale (non i genitori e le famiglie) apprezzava molto la presenza e la sistemazione di un tale bambino nella struttura per anziani. Il personale, quindi, non era molto contento quando ho pronunciato il desiderio di far venire il bimbo durante il giorno nel nostro centro.
Narratore:
Con uno sguardo deciso e attento per i bisogni dei bambini, Andreas Fröhlich ha iniziato lo studio complementare (master) di "Pedagogia Speciale" all'Università "Johannes Gutenberg" di Magonza e lo ha terminato nel 1972.
Andreas Fröhlich:
In seguito, sono andato a Magonza dove esisteva lo studio di "Pedagogia Speciale" presso l'Università. Sono stati due anni di studio molto intensi; lo giudico una buona esperienza anche dalla prospettiva odierna. Includeva molti aspetti di medicina, ma anche di sociologia, filosofia, psicologia. Siccome il corso di laurea non era ancora così specializzato, i nostri docenti venivano da molti ambiti diversi, abbiamo conosciuto veramente tante persone impegnate nella materia e nell'ambito, anche da diverse università, così mi pare di essere partito nella professione con una panoramica molto buona.
Durante lo studio mi sono costruito un pensiero complessivo che ha formato in seguito gli elementi fondamentali del mio agire e dell'approccio della "Stimolazione Basale". C'era un medico, allora mi sembrava anziano, oggi lo definirei abbastanza giovane, un "pediatra sociale" – una specializzazione modernissima per allora – che presentava la sua tesi di abilitazione, passo per passo, come sono abituati i professori universitari. Mi affascinava estremamente; si parlava del condizionamento sociale nello sviluppo cerebrale infantile. Lui è riuscito a dimostrare, con i mezzi abbastanza modesti di allora, che bambini di strati sociali svantaggiati, con pochi stimoli, non solo imparano meno in assoluto, ma che la loro struttura cerebrale risulta meno differenziata; quindi, che ci fosse una correlazione organica tra la struttura cerebrale e il saper fare meno, il saper meno, una minore capacità di sviluppare strategie di apprendimento. Questo risultato mi sembrava estremamente emozionante.
Contemporaneamente ho conosciuto Jean Piaget, purtroppo mai personalmente, uno psicologo svizzero, le cui teorie e scritti arrivavano allora, passando dagli Stati Uniti in Germania, perché nessuno in Germania aveva letto le sue pubblicazioni in francese. Lui ha sviluppato delle teorie, anche se non basate su bambini con disabilità, che chiamava "sviluppo sensomotorio dell'intelligenza". Descriveva lo sviluppo nel bambino piccolo nel periodo prelinguistico. La novità che ha portato la sua ricerca era la sua affermazione che si trattasse dello sviluppo attivo da parte del bambino della propria intelligenza, attraverso le sue possibilità di mettersi qualcosa in bocca ripetutamente; esegue continuamente un'indagine del materiale disponibile, acquista sia strategie di comportamento, sia esperienze con materiali e oggetti variegati. Da questo nascono schemi di comportamento, quindi concetti mentali, su come si fa qualcosa. In questo periodo dello sviluppo si formano le basi dell'intelligenza, sempre attraverso l'attività stessa del bambino, nel senso del "se - allora". Se apro la mano, allora l'oggetto cade; se colpisco un oggetto, allora l'oggetto si muove; oppure, nel senso sociale, se piango, allora arriva la mamma.
L'ultimo aspetto è stato approfondito da altri ricercatori: se non arriva la madre, allora nasce una difficoltà. Qualcuno la chiama la "fiducia di base" che non si forma, altri lo chiamano la "logica sociale" che viene costruita o invece no. Un fondamento elementare che forma la base del nostro agire in generale!
Lo sviluppo infantile avviene sempre in forma di un'interazione fra attività e differenziazione. Su un livello maggiore il cervello può iniziare un'attività motoria più differenziata, e riceve risposte ancora più differenziate ed elaborate. Tutto ciò viene organizzato dal bambino autonomamente.
Un bambino, invece, in una situazione di deprivazione, cioè in condizioni meno favorevoli, meno stimolato, più isolato, avrà meno possibilità. Tutto ciò risulta avere, come la conoscenza medica dimostra, non solo, a un certo punto della vita, un influsso sul quoziente di intelligenza, ma anche che un cervello meno sfidato e meno stimolato si differenzia in modo minore.
Narratore:
Andreas Fröhlich ha compreso e sviluppato gli impulsi teorici dagli studi del Prof. Pechstein e Piaget in modo che potessero essere utilizzati in modo proficuo anche per persone con disabilità.
Andreas Fröhlich:
"Un bambino che – diciamo – non ha mai imparato a girarsi, non sarà solo limitato nella sua mobilità, ma ci sono anche molte altre esperienze che gli mancano. Se ad esempio mi sdraio a pancia in giù e guardo verso il basso, vedo il buio; se mi sdraio supino, guardo in alto e vedo il chiaro. Se mi giro ci sono una serie di suoni. E talvolta sento qualcosa da un lato, talvolta dall’altro. Questo per dire che sono queste piccole cose che sono importanti. Se calcio in modo forte, allora percepisco improvvisamente del fresco, perché ad un certo punto qualcosa sparisce.
Queste piccole esperienze – questo si deve dire – possono essere fatte solo raramente dal bambino e spesso avvengono in modo spontaneo e casuale e non sono ripetibili per il bambino con il suo problema di funzionamento. Ciò significa che esso non può sviluppare il concetto "se – allora". Di conseguenza manca la base per ciò che chiamiamo logica, oppure pensiero logico / pensiero costruttivo.
Questi bambini con le loro disabilità acquisiscono una sempre maggiore difficoltà, perché non sono in grado di essere attivi in modo coordinato; e qui c’era il punto per dire: 'non si può fare nulla sul danno cerebrale primario – e questo è rimasto uguale fino ad oggi – ma possiamo intervenire e cercare delle possibilità per dare a questo bambino determinate esperienze oppure per dargli un sostegno che possa dargli l’autonomia per fare questa cosa da solo'. Gli facciamo delle proposte molto semplici e ciò che il bambino percepisce deve essere per lui percepibile, in modo che possa vedere perché è reso visibile, e che le cose poi si possano mettere insieme. In questo modo, i bambini non devono vivere sempre in un miscuglio di impressioni casuali. Bisogna fornire una strutturazione, che invece non c’è quando questo sostegno non viene dato."
Narratore:
Nel frattempo i metodi e le intuizioni di Andreas Fröhlich si sono imposti non solo nella pedagogia, nella terapia e nell'assistenza, ma forniscono un contributo importante anche nella cura della persona anziana.
Andreas Fröhlich:
"Tante persone anziane, anche molto anziane, sembrano essere annebbiate per molte ore durante il giorno. Ed io sono sempre più convinto che ciò potrebbe essere anche una forma intenzionale per uscire dal caos delle sensazioni che talvolta non è sopportabile."
Narratore:
Dopo aver terminato gli studi, Andreas Fröhlich lavorava in quello che in futuro sarebbe diventato un centro di Riabilitazione nel Westpfalz a Landstuhl. In questi tempi, una parte di questa struttura si trovava nell’allora “Schlosscaffè”, l’altra parte si trovava nell'“alte Schwestern Haus” a Ramstein.
Qui inizia nel 1975 una sperimentazione della Regione Rheinland-Pfalz per alunni con disabilità gravi e profonde delle scuole primarie che lui accompagnerà fino al 1982. Sempre più spesso, Andreas Fröhlich si rende conto di quanto fosse necessario convincere gli stessi genitori a permettere al loro figlio di frequentare una scuola. Talvolta si sentiva un venditore di aspirapolveri, che viaggiava nel paese e suonava alle porte.
Andreas Fröhlich:
"E poi ho potuto continuare a lavorare dove già c'ero stato prima, per poco tempo, in un centro per bambini con disabilità multiple. E lì sono rimasto con delle brevi interruzioni, e ci sono stato per più di dodici anni e ho lavorato esclusivamente o quasi esclusivamente con bambini con disabilità multiple gravi. Ciò significa che era un progetto che la regione Rheinland–Pfalz ha finanziato con notevoli mezzi e risorse e che allora si chiamava "Sorgenkind"ed era un progetto pilota per verificare se fosse possibile lavorare in modo sistematico e pedagogico con questi bambini. Possono apprendere qualcosa? Cosa è possibile? Si trattava di questo, ma tutto era molto aperto e senza obiettivi prestabiliti. A noi era richiesto di vedere cosa era possibile fare. E si trattava di un progetto che durava circa sei anni. Dopo ho lavorato ancora lì, avevo la gestione di un dipartimento, poi ho aggiunto altri lavori di qua e di là. Di fatto avevo la possibilità, e ciò corrispondeva al mio volere, di poter lavorare per molto tempo con questi bambini."
Narratore:
La relazione conclusiva del progetto pilota scolastico diventa una base per la riforma del diritto alla frequenza della scuola. Il diritto all’apprendimento acquisisce così importanza non solo nel Rheinland-Pfalz ma in seguito anche nelle altre Regioni della Germania. In tale senso diventava fondamentale creare un minimo di requisiti per l’accoglienza di questi bambini.
Andreas Fröhlich:
"Considerato il fatto che questi bambini c'erano – di questo si tratta – anche loro dovevano ottenere il diritto di andare a scuola. E nonostante anche io stesso non fossi un grande amico della scuola – (ride) – ho già detto che non volevo diventare maestro, oggi questo diritto si comprende meglio con la carta dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità: ogni bambino dovrebbe avere il diritto – come anche tutti gli altri bambini – di ottenere profitto dal sistema scolastico dello stato a cui appartiene. E questo era molto importante per me, che i bambini ottengano un insegnamento sistematico, e che questo sia un diritto e non un atto di pietà; e già che una volta nella nostra società ci siamo messi d’accordo che i bambini tra i sei e sedici anni entrano in questo sistema che noi chiamiamo scuola, questo deve per favore valere per tutti, in tale senso mi sono sempre battuto per questo."
Narratore:
Per Andreas Fröhlich era chiaro che il termine “apprendimento” doveva essere ampliato, in quanto lo sviluppo identitario del bambino rappresenta un notevole passo per lo sviluppo dell’apprendimento del bambino e l'apprendimento deve essere basilare.
Andreas Fröhlich:
"Come può questa essere scuola, se la metà del tempo viene trascorsa con l’alimentazione e il cambio del pannolino? E qui penso che sia stato un bene non cadere nella trappola e dire: 'Ma perché?'. Cambiare il pannolino può essere un processo di apprendimento. Io percepisco il mio corpo attraverso un cambiamento: adesso diventa fresco perché improvvisamente non c’è più il pannolino, poi vengo lavato, mi viene messa la crema, poi mi viene messo un altro pannolino. Con lo scorrere del tempo percepisco che c’è un ritmo, c’è chiarezza, percepisco – probabilmente dopo anni – che non sono diviso a metà con una zona neutra in mezzo, ma capisco che 'questo sono io' (sorride). Ciò significa che si tratta di sviluppo dell’identità, e questo è una base importante per l’apprendimento. Poi c’era un altro elemento molto importante, ovvero: 'Come potrebbe essere un giocattolo ai fini di apprendimento per questo bambino?'"
Narratore:
Per favorire l’apprendimento è necessario stimolare la percezione sensoriale di questi bambini, con l’obiettivo di favorire la loro attività autonoma. Poiché in questi tempi – oltre ai giocattoli per bambini piccoli – non c’erano giochi adatti per i bambini più grandi, Andreas Fröhlich – insieme ai suoi collaboratori e ai genitori – sviluppa e costruisce dei materiali e dei giochi per l’apprendimento.
Andreas Fröhlich:
"Quali capacità manuali hanno questi bambini? E... quanto forte e quanto stretto si chiude questa mano? E come deve essere la manualità per tenere un oggetto? Capire che il bambino sia in grado di percepire che c’è qualcosa nella sua mano. E in questo modo potevamo raccogliere molto sapere diversificato e questo anche in modo multidisciplinare. Ed in seguito si iniziava in modo lento a comprendere che si poteva sistematizzare il tutto, si poteva strutturare e si poteva creare una base su cui costruire altro, in modo che sempre più colleghi e colleghe potevano dire: 'adesso abbiamo già così tante informazioni che anche noi vogliamo aderire'."
Narratore:
A causa dell’iniziativa di Andreas Fröhlich e i suoi colleghi, la situazione nelle scuole e nelle istituzioni si modificava in modo significativo, ma ciò comportava sempre anche delle sfide.
Andreas Fröhlich:
"Ciò che mi aveva ferito una volta – è che una compagna di studio – lei mi diceva una volta con un tono molto arrabbiato oppure anche frustrato: 'è colpa tua che adesso abbiamo anche questi bambini'. Allora avevamo anche colleghi che hanno costruito un contatto con questi bambini ma non avrebbero mai voluto tutto questo. Questo per loro non era una sfida, ma era anzitutto una fatica. E loro non sapevano cosa fare. Io desideravo fino ad oggi sempre maggiore disponibilità, più tempo."
Narratore:
Andreas Fröhlich aveva già raggiunto tanto e lentamente sembrava essere arrivato il momento di permettere al suo spirito di ricerca di svilupparsi in un altro luogo.
Andreas Fröhlich:
Per la mia direttrice – che avevo nominato prima – arrivava un punto dove era chiaro che per lei 'adesso basta'. Lei – allora, prego, la mia direttrice – era ad una formazione, e qualcuno la avvicinava chiedendole: 'ah, Lei arriva da Landstuhl? Là dove lavora il signor Fröhlich? Lei lavora da lui?' Si erano creati dei disequilibri, diciamo così.
E allora ho iniziato a guardarmi in giro cosa potrei fare. Avevo già fatto tanta formazione, tanti seminari, presentazioni e l'Università mi intrigava molto.
Narratore:
Dopo la laurea nel 1986 a Colonia e un percorso di due anni all’Università di Magonza, ad Andreas Fröhlich si presenta la possibilità di co-condurre all’università di Heidelberg il percorso “intervento precoce” e di fare ricerca sulla tematica “disabilità multipla grave”.
Andreas Fröhlich:
"E allora arriva – durante una cena a casa – una telefonata da Heidelberg, da un professore di una università pedagogica del posto, che diceva che loro avevano una posizione e se non volevo candidarmi. Ero tra felicità e sorpresa e ho deciso che mi volevo candidare. Avevo improvvisamente nostalgia oppure anche la sensazione che qui viene fatto qualcosa di nuovo. L’Università di Heidelberg è una delle più vecchie – anche per quanto riguarda la pedagogia speciale – Università in Germania. Qui potrai ancora una volta fare qualcosa di più. Mi sono candidato per questo posto. Loro volevano non solo che si inoltrava la propria letteratura e tutto quello che serve, le proprie lezioni, ma si doveva – davanti alla commissione – lavorare con i bambini. Infine ho avuto il posto, ho avuto la chiamata per andare lì. Ed era la posizione più in alto."
Narratore:
Dopo il tempo trascorso ad Heidelberg, segue fino al 2006 – per dodici anni – dove lavorava come Professore di pedagogia speciale all’Università di Coblenza-Landau. Presto la Stimolazione Basale trovava il suo percorso in Austria e Svizzera. Si poteva stabilire anche in altri paesi europei. Proprio in Francia e Spagna ci sono team giovani e impegnati che portano avanti il concetto di Stimolazione Basale. In una seconda ondata, la Stimolazione Basale raggiunge l’Asia, l’America e l’America latina. Poiché Andreas Fröhlich non poteva più gestire il sempre maggiore interesse alla Stimolazione Basale, veniva attuato nel 1989 un primo percorso formativo per i cosiddetti moltiplicatori. In più nasce l’Associazione Internazionale di Stimolazione Basale, che gli permetteva di condividere in parte le responsabilità. L’associazione si dedica oggi alla formazione, ricerca, e lo sviluppo del concetto.
Andreas Fröhlich:
“C’era davvero molto interesse in Germania, poi – a un evento internazionale in Spagna – avevo conosciuto un collega svizzero con cui avevo fatto amicizia. Lui aveva assunto delle posizioni molto interessanti in Svizzera in generale, e mi ha stimolato molto, contribuendo notevolmente affinché la Stimolazione Basale potesse diventare così internazionale. Forse anche per il fatto che vi erano già delle proposte molto sistematiche, perché le cose erano già evolute e non si trattava più di tentativi, e soprattutto di errori; per questo si arrivava davvero a una nuova ondata di interesse – se possiamo definirla così. C’era sempre più interesse anche per percorsi di formazione, per proposte che permettessero di imparare davvero questo approccio, ma non limitandosi a semplici istruzioni trasmesse da persona a persona.
Quando poi mi spostavo sempre di più, trovavo sempre meraviglioso il fatto che, dedicandomi a persone molto, molto gravi, non importava dove, non avessi mai delle difficoltà comunicative così significative (ride). Questo perché la lingua del posto non era poi così importante, visto che per loro il linguaggio verbale non è importante o lo è solo in minima parte. Perciò, io non ero uno straniero balbuziente, ma quando ci si poteva mettere in relazione sul piano corporeo, allora era tutto possibile, ovunque. Questa è stata un'esperienza meravigliosa per me, e spero che per gli altri non sia stata un'esperienza brutta (ride).”
Narratore:
La Stimolazione Basale non si limitava al lavoro con bambini con disabilità grave e profonda, ma trovava ingresso anche nel lavoro di cura e sanità. Con Christel Bienstein, Andreas Fröhlich trasmette i suoi insegnamenti all’ambito della cura e della sanità, contribuendo così a migliorare notevolmente le competenze assistenziali in questo settore.
Andreas Fröhlich:
“C’è così tanto delle idee originali e sempre valide della pedagogia della disabilità fisica e cognitiva che si intrecciano. Se si leggono i programmi delle scuole o dei percorsi di formazione specifici, ci si accorge che magari questo è solo un terzo – ma questo è Stimolazione Basale! Però, io penso che questo sia meraviglioso – anche se talvolta urta la propria permalosità – ma penso che questa sia una parte fondamentale. Spesso non si sa nemmeno più da dove arrivi e che tutto questo abbia un nome. Si sa solo che ‘questa cosa va fatta così’. E questo è ciò che si dovrebbe desiderare.”
Narratore:
Un incidente grave dopo i 50 anni ha contribuito a una profonda messa in discussione e a importanti cambiamenti sul piano delle percezioni personali. Andreas Fröhlich ha vissuto in prima persona, durante un lungo periodo di convalescenza, molte delle cose che aveva descritto in precedenza.
Nel 2006 decide di ritirarsi precocemente dalla vita universitaria e nella sua nuova vita si dedica maggiormente all’arte. Così si chiude un cerchio che aveva avuto inizio molti anni prima con l’idea di studiare design.
Andreas Fröhlich:
“Mia moglie è storica dell’arte, e le vacanze non sono pensabili senza tanta arte di tutti i tipi. Per me l'arte è stata importante anche come attività, e questo ha avuto inizio in modo più significativo man mano che ero impegnato nella ricerca. Ciò significa che ho lavorato sempre di più con le carte, e avevo sempre meno a che fare con la vita reale (ride). E io devo fare qualcosa con le mani, certamente in modo molto concreto. Nello specifico, si tratta di una scultura molto semplice, che creo molto volentieri e al momento raccolgo ferro vecchio, ferro usato, e lo trovo bello – pulire un pezzo vecchio di ferro, togliere la ruggine, perché ci si rende conto improvvisamente che il ferro è un materiale organico, non è solo freddo e liscio, è – quasi – vivo. E poi lavoro volentieri con la foglia d’oro, in modo molto parsimonioso. E questo ferro scuro, con dei frammenti – talvolta di più e altre di meno – di oro luccicante, io trovo che questo mi dia tanto. In questo modo creo delle opere molto elementari, ma so bene per cosa esista quell'opera. Questo lo deve fare ciascuno per sé. Io trovo le cose molto tranquillizzanti, molto elementari e sono molto adatte alla mia vita interiore in questo momento.”
Narratore:
Le opere sono molto spesso collegate al suo lavoro, e le sue conoscenze trovano in questo modo un’espressione artistica. Una serie di quadri è dedicata – ad esempio – ai cambiamenti di percezione, altri al dolore. Altre opere dedicate alla testa si occupano di termini quotidiani quali “senza cervello” oppure “cervello frammentato”. Attraverso le sculture concrete nasce un collegamento tra visione del quadro, contenuto, significato e la persona che lo guarda.
Andreas Fröhlich
“Qui vicino – vicino al Bodensee (lago di Costanza) – c’è una grande e importante istituzione riabilitativa per bambini con traumi cranici e patologie neurologiche. E loro avevano un anniversario. Avevano già da sempre una galleria d’arte interna. E questa è pensata in primo luogo come punto attrattivo per le persone che arrivano dall’esterno, ma anche in base all’idea che l’arte possa essere parte di un processo di guarigione o riabilitazione. E loro, in qualche modo – e questo mi ha fatto molto piacere – avevano sentito delle mie nuove attività e avevano chiesto se sarei venuto per il loro quarantesimo anniversario a fare un’esposizione. Io, in quel periodo, ero molto occupato con la tematica della testa, con la tematica del dolore, ma avevo anche compreso che non era possibile progredire molto solo in modo scientifico. Ci sono tante cose che rimangono poco chiare e non dette se si utilizza soltanto il vocabolario scientifico. Allora mi sono detto: ‘questa è una buona coincidenza’, e ho pensato ‘adesso faccio qualcosa per loro’.”
Narratore:
L’interesse per l’arte va oltre le sculture e le opere che crea. Andreas Fröhlich ci tiene al fatto che persone con difficoltà gravi possano partecipare al patrimonio culturale e artistico della società. In questo periodo si chiedeva come fosse possibile creare l’incontro significativo tra le persone con gravi disabilità e le opere d’arte e come si potesse costruire un’attività artistica. Perché per lui l’arte è un fenomeno che va oltre il tempo e il linguaggio e che può rappresentare una modalità di partecipazione per tutte le persone.
Andreas Fröhlich
“Se ci si unisce – qualcuno che non ha una disabilità e qualcuno che ha una disabilità – se ci si espone insieme all’arte... Certo che questo deve essere adeguato, ma per un po’ di tempo spariscono queste gerarchie e la dominanza se entrambi – e qui sono importanti i quadri contemporanei – se ci si siede davanti a un grande quadro monocromatico, e bisogna anche sopportarlo, ci si rende conto che lui è più bravo, rimane seduto di più ed è contento (ride), e non corre fino al prossimo quadro. Questo può avere molta, molta efficacia.” “La partecipazione al patrimonio culturale della popolazione è diversificata, e insieme anche inclusiva e non divisibile – essa appartiene a tutte le persone. Non quando sarà, ma adesso!” (Andreas Fröhlich).
Nota finale del Narratore:
Le mie ricerche hanno evidenziato che non c’erano molte informazioni sulla persona di Andreas Fröhlich. Questo ha risvegliato la mia curiosità.
Tre anni fa, all’interno del mio lavoro di editore, sono venuto a conoscenza della Stimolazione Basale e della persona di Andreas Fröhlich, che più di 40 anni fa ha avuto l’idea rivoluzionaria di dedicarsi alla stimolazione di bambini con disabilità gravi per dare loro la possibilità di partecipare alle opportunità della vita.
Volevo rappresentare il fatto che servono persone come Andreas Fröhlich: lui osserva, racconta, propone cambiamenti e accompagna per molti decenni, senza perdere mai di vista l’obiettivo.
Con questo film vorrei fare conoscere sia le persone che hanno maggiori necessità di protezione, sia le possibilità offerte dalla Stimolazione Basale. Dall’altra vorrei sottolineare che la conoscenza rende possibile l’avvio dei processi.
Cosa mi auguro: che questo film possa permettere che le persone vogliano contribuire.
Un enorme Grazie ad Andreas Fröhlich, che si è lasciato coinvolgere in questo progetto e ha accettato di percorrere questa strada con me e il mio team. Heike Knebel




