Per sentire che ci siamo…

Quella che ogni settimana facciamo nel nostro centro, è semplicemente un’attività di stimolazione somatica.

E’ un’ora e mezza, a volte due, che di mattina, da più di cinque anni, ci prendiamo volentieri, un tempo per noi.

Contatto corporeo, questo è il nome che insieme le abbiamo dato, era stata pensata per un gruppo di ragazzi che per diversi motivi, oltre a avere un ritardo mentale grave, sono in carrozzina, per offrirgli la possibilità di percepire anche quelle parti del corpo che di solito più dimenticano, per dar loro l’opportunità di scendere, di stare con la totalità del loro corpo, di viverlo tutto, di godere di un’altra prospettiva, anche solo di sdraiarsi, di essere tutti, finalmente, per un momento, sullo stesso livello.

Ci siamo scelti un angolo tutto nostro, una piccola stanza morbida, in cui poter usare cuscini, coperte, supporti, in cui a accompagnarci ci possa essere la musica, qualche libro, in cui poter giocare con la voce, o con il silenzio.

All’inizio c’è stato subito un forte desiderio di coccole, di abbracci, un bisogno di sentirsi, di stare insieme, che sempre è la parte preponderante, a cui si è aggiunto quello del rilassarsi, del lasciarsi andare, del crearsi una bolla di tempo nostra, in cui rallentare, in cui uscire da quello che sempre abitiamo.

Gradualmente è emersa anche la voglia di aprirsi sempre di più a tutti gli altri compagni, di cercare di portare quelle coccole e quel nostro tempo oltre le pareti di quella stanza, e di accoglierli con noi, invitandoli a partecipare volta per volta ai nostri incontri.

In fondo, quello che realmente facciamo dopo esserci stesi sulle trapunte, è godere della bellezza dell’essere accanto, semplicemente, del far “sentire all’altro che ci siamo”, come ha detto uno dei ragazzi che partecipa fin dall’inizio: stiamo, nulla di più, godiamo delle nicchie di calore che nascono con il contatto, o che naturalmente si creano, prestiamo davvero infinita cura a quello iniziale, condividiamo parole, sensazioni, respiri, racconti, storie.

Il primo gesto che tutti compiamo, è ascoltare, poi cerchiamo di lasciarci guidare dalla delicatezza, dal desiderio di vivere momenti che siano piacevoli per tutti, per noi stessi, e per le persone con cui li condividiamo.

Se dovessi nominare un episodio in particolare, farei fatica, troppe emozioni prendono forma ogni volta che ci ritroviamo: così forse in questo momento sceglierei una delle ultime immagini che custodisco dentro di me… Matteo, che da quando lo conosco ha quasi sempre una rigidità muscolare piuttosto forte, e che durante le giornate che trascorre con noi non avevo mai visto abbassare neanche per un momento le palpebre, in uno degli ultimi incontri si è completamente abbandonato, con calma si è messo su un fianco, si è appoggiato a un compagno, ha chiuso gli occhi, è si è addormentato…

Così questa proposta di stimolazione somatica credo sia tante cose per noi, ma soprattutto, una meravigliosa cura del tempo…

Francesco Cancarini